Wall Street in ginocchio, ma Trump il suo obiettivo l’ha centrato: un dollaro più debole. A che prezzo, però? Con una correzione di oltre il 10%, il peggiore calo giornaliero per l’S&P 500 dal 2020 e un VIX che quasi sfiora quota 30 senza superarla, il mercato sta chiaramente lanciando un messaggio: non è solo paura, è perdita di fiducia.
L’annuncio delle tariffe di Trump, fino al 54% per i beni cinesi, 46% per quelli vietnamiti, 24% per il Giappone e 20% per l’Europa, ha acceso la miccia. Ma il vero bersaglio non sono solo i paesi esportatori quanto le multinazionali americane che producono nei paesi a basso costo. Le tariffe su Bangladesh, Vietnam o Cambogia non colpiscono solo quei governi: colpiscono Nike, Apple, Dell, Lululemon. Colpiscono direttamente il cuore operativo del capitalismo USA.
È un messaggio chiaro: reshore o paga. Le aziende americane, dopo aver delocalizzato per anni, ora vengono “rieducate” a produrre in patria. Solo che il prezzo lo pagano, almeno all’inizio, gli azionisti e i consumatori. Un 25% in più sui componenti non si assorbe con una stretta di mano.
Il caso del dollaro è emblematico. Il DXY ha perso il 1,69% il 2 aprile, una delle peggiori sedute dal 2014, tra le prime dieci per intensità. Un indebolimento forte, certo, ma che non nasce dalla politica monetaria né da un equilibrio valutario voluto. Deriva dalla percezione che l’economia americana stia rapidamente perdendo slancio. E questo cambia tutto.
Lo confermano anche i tassi attesi. I Fed Funds Futures prezzano ormai oltre il 70% di probabilità che i tassi vengano tagliati di almeno 75 punti base entro dicembre. La fascia 325–350 bps è oggi la più probabile (37,2%), seguita dal 300–325 (26,7%) e dal 350–375 (22,5%). Il range attuale (425–450) è stato completamente abbandonato dal mercato. Solo una settimana fa, lo scenario era molto più equilibrato. Oggi, la narrativa della “Fed paziente” è crollata insieme ai listini. Ma forse, proprio la Fed potrebbe diventare il cavaliere bianco che il mercato attende, come già accadde nel 2018, quando Powell fu costretto a cambiare rotta sotto il peso dei mercati in caduta e delle pressioni politiche. Anche oggi, i fondamentali stanno lasciando spazio alla psicologia. E il timing di una pivot narrative potrebbe fare tutta la differenza.
E intanto Wall Street scrive un’altra pagina di storia.
Con l’S&P 500 giù del 4,8% e il Nasdaq 100 del 5,4%, il 2025 si conferma l’ottavo peggior inizio d’anno di sempre, con l’indice giù dell’8,2% nei primi 63 giorni di contrattazione. Eppur,e il VIX è rimasto sotto 30. Mai, nella storia, si era registrato un calo superiore al 4,5% dell’S&P senza che il VIX sfondasse quella soglia psicologica. Segno che il mercato è ancora troppo compiacente… o semplicemente paralizzato.
Il Jobs Report atteso oggi potrebbe confermare questo quadro: +135 mila posti di lavoro attesi, disoccupazione al 4,1%, mentre i licenziamenti pubblici aumentano e l’ISM servizi scende a livelli da soft landing già archiviato. E il tutto accade mentre il Tesoro americano si rifinanzia sotto il 4% di rendimento. Se questa è forza, è quella della paura. Ma forse, più che un segnale economico, il dato odierno potrebbe essere ciò che il mercato stava cercando: un punto d’aggancio, un diversivo, un pretesto per uscire dalla paralisi. Non sarà l’ultimo report prima della prossima decisione della Fed, ma potrebbe bastare — o per alimentare ulteriori vendite, o quantomeno per cercare di fermare l’emorragia.
L’Europa per ora resiste, ma non è immune. Il PMI servizi rivisto a 51 frena i tagli della BCE, ma la crescente incertezza sulle esportazioni europee verso gli USA (dove molte PMI dipendono dalla domanda interna americana) potrebbe ribaltare il tavolo già ad aprile. Anche i mercati azionari europei hanno ieri subito il colpo, sebbene in modo meno violento rispetto a Wall Street. Le vendite si sono concentrate su lusso, tecnologia, industria, energia (si veda decisione OPEC) e banche. Hanno tenuto meglio utility e real estate, più domestici e difensivi. La fotografia di giovedì è eloquente: Madrid -1,19%, Londra -1,55%, Amsterdam -2,67%, Francoforte -3,01%, Parigi -3,31%, Milano -3,6%. Leggermente meglio che a New York – dove l’S&P 500 ha perso il 4,8%, il Nasdaq il 5,4% e il Russell 2000 il 6,6% – ma non abbastanza da poter parlare di disaccoppiamento.
Il rischio, ormai evidente, è che la frattura si allarghi anche a Est: se la domanda americana rallenta bruscamente, la Germania (e con essa il cuore manifatturiero europeo) finirà inevitabilmente sotto pressione.
Eppure, non tutto crolla. Coca-Cola e Pepsi salgono ai massimi storici. Il mercato non cerca più crescita, cerca stabilità. Soft drink, sigarette, infrastrutture: tutto ciò che può essere prezzato oggi, venduto domani e difeso dopodomani viene premiato. L’hedging non è solo duration o oro: è anche ubiquità.